learning italian

C’è questo ragazzo inglese che è arrivato contemporaneamente a noi alla fila per l’imbarco all’aeroporto di Stansted. Ci guardiamo perché non sappiamo chi farà passare avanti chi. Ha lunghi capelli neri, ricci ricci, abbinati alla maglia e ai pantaloni strettissimi e neri, è magrissimo, pallido, tutta la sua figura profuma dolcemente di quieto musicista intellettuale, con una leggera punta aromatica di pessimismo cosmico. Ci sorride e ci fa passare avanti con un gesto cavalleresco. Noi siamo quattro, tutte sudate, scomposte, la giacca piegata sul braccio, il giornale in una mano, la carta d’identità tra i denti, la valigia semiaperta come le nostre bocche, fessure da cui aspiriamo ossigeno per cercare di placare il fiatone per la lunga corsa nei corridoi. Davanti e dietro, tutti inglesi. Controlliamo ancora una volta che il gate sia quello dell’aereo per Rimini.
Sì,eccoci qua, sembra che ce l’abbiamo fatta.
Una donna cicciotta raggiunge il quieto musicista intellettuale.
Guardo il nostro aereo attraverso la vetrata, la scritta ryanair è trionfante e mi dà malinconia. Penso al senso di morte imminente e incontrovertibile che mi sale quando prendo posto sull’aereo e guardo i volti degli altri passeggeri pensando che entro un’ora saremo tutti sul fondo del canale della manica.

I miei pensieri si interrompono, perché si apre una falla nella nostra sgangherata organizzazione, un buco nella nostra ottimizzazione dei tempi: a cinque minuti dall’imbarco sull’aereo, a tutte noi scappa fortissimo la pipì. Di farla sull’aereo non se ne parla, fa una paura incredibile e poi inquina come percorrere dieci chilometri in auto. Inizia un lungo discorso per l’organizzazione dei turni per il bagno. La fila avanza, dobbiamo sbrigarci. Riprendiamo il controllo della situazione: ci muoveremo a coppie, cercando di raggiungere il bagno più vicino senza distrazioni. Un’eventuale coda al bagno sarebbe la fine. Parliamo concitate, le parole pipì, aspettate qui, veloci, ah ma io me la faccio addosso, come facciamo con quattro valigie, stanno già salendo!, non ho neanche i fazzoletti, c’è una marea di gente, speriamo ci sia la carta igienica, non dovevo bere quella coca cola, risuonano nell’aria, improvvisamente rovente, che si è creata nella nostra bolla di panico. Fortuna che non ci sono italiani qui, siamo imbarazzanti, penso io. Rimango con mia sorella in fila mentre le altre provano il tutto per tutto lanciandosi verso le icone delle toilette, i passi attutiti dalla moquette che fa anche rima. Sono agitata, spero che facciano in tempo a tornare. Passano pochi secondi.

Un brivido mi corre lungo la schiena quando sento il quieto musicista intellettuale dire alla sua donna, in inglese, con un tono concitato e un ritrovato colorito sano sulle guance, con l’eccitazione tipica di chi, dopo un lungo periodo di studio, vede i primi risultati, che ha capito quasi tutto quello che abbiamo detto. “It sounds wonderful, isnt’it?” domanda retoricamente alla sua compagna, riferendosi al suono musicale della nostra lingua. L’unico inglese che sta imparando la lingua italiana sulla faccia della terra ha ascoltato e capito discorsi che non rendono giustizia alla nostra intelligenza, parole in libertà dette in momenti di panico, parole pesanti come pipì e vescica, non posso accettarlo, allora con mia sorella inizio subito a parlare di una bella mostra d’arte che vorrei vedere una volta tornata in Italia, in un disperato tentativo di riequilibrare la situazione, ma è inutile piangere sulla pipì versata.